naval battle of Cape d’Orlando

Così si venne all’estate del 1299. 

Giacomo era tornato dalla Spagna e alla fine di giugno navigava verso le coste settentrionali dell’isola con una flotta di 56 galee, su cui oltre il re d’Aragona, c’erano RUGGERO DI LAURIA e Roberto e Filippo, figli di Carlo II.

Federico III ebbe notizia dell’avvicinarsi del nemico quando questo era già alle isole Lipari e, ritenendo opportuno dargli battaglia prima che sbarcasse nell’isola, uscì da Messina con quaranta galee, sicuro della vittoria per l’ardente desiderio degli equipaggi siciliani di combattere.

Fu però questo ardore che doveva riuscire fatale a Federico III. Quando doppiò il Capo d’Orlando si accorse di essere giunto troppo tardi: il nemico, vi era arrivato prima, aveva guadagnato i lidi di San Marco alla foce della fiumara Zappulla, aveva gettato le ancore e girate le prore al mare in ordine di battaglia.

Gli equipaggi siciliani volevano, senza perder tempo, dare addosso alla flotta catalana, non curando l’ora tarda (il sole volgeva al tramonto) e a stento riuscì Federico a contenerle. Se avesse bloccato l’impazienza degli equipaggi e aspettato l’arrivo di Matteo di Termini che doveva raggiungerlo con otto galee, forse, dopo diciassette anni di dominio dei mari, i Siciliani non avrebbero assaggiato la prima sconfitta.

Si passò la notte nei preparativi. Quando spuntò l’alba del 4 luglio si vide la flotta catalana con le ali distese per accerchiare meglio la nemica e con al centro la nave ammiraglia dove c’erano il re e i figli di Carlo II.

Anche l’armata di Sicilia si era schierata, e in mezzo la capitana, sormontata dallo stendardo reale spiegato al vento, sulla quale avevano preso posto, attorno al giovane sovrano, i più forti guerrieri. Squillarono le trombe da entrambe le parti, si alzarono al cielo le grida di guerra, poi le due flotte iniziarono a muoversi e incominciò la battaglia nella quale due sovrani fratelli si trovavano di fronte. La battaglia fu lunga, aspra, e sanguinosa. All’inizio si combattè da lontano con le armi da lancio, poi per prima dal fronte siciliano si staccò la galea di GONIBALDO degli INTENSI andando a investire furiosamente il nemico. Preso in mezzo dai Catalani, il temerario Gonibaldo si difese eroicamente, facendo strage di Catalani; ma nel frattempo anche le navi delle due flotte erano entrate a contatto e la mischia diventò generale.Il combattimento iniziato all’alba, a mezzogiorno era ancora aspro, accanito, ma senza un vantaggio dell’una e dell’altra parte; le navi cozzavano tra loro, tentavano l’abbordaggio, erano coperte da nugoli di frecce, bersagliate dal fuoco greco; dai bordi con quelle affiancate si combatteva con le aste e con le spade, e le armature luccicavano al sole cocente di luglio e la fatica della battaglia, il caldo, il peso delle armi estenuavano i corpi e bruciavano le gole dei combattenti. Gonibaldo, ferito in più parti, cercò un momento di riposo tra il fragore della battaglia ma subito dopo cessò di vivere e la sua bella galea senza più ordini cadeva preda al nemico.

Però le altre trentanove tenevano sempre testa al numero preponderante dell’armata avversaria e la battaglia forse sarebbe durata fino a sera se un’abile mossa di Ruggero di Lauria, che all’improvviso con sei navigli piombò alle spalle della flotta siciliana, mettendola in rotta. Dopo tanto sangue sparso e aver dato tante prove di valore, la giornata per i Siciliani era perduta. Accerchiati dal nemico, impediti nei movimenti, sopraffatte dal numero, le navi degli isolani non avevano più nessuna speranza di vincere, e solo sei riuscirono a rompere il cerchio e a prendere il largo; ma FEDERICO III non voleva cedere e urlando di voler morire in battaglia si lanciava nella mischia quando spossato dalla fatica e dal caldo cadde svenuto sulla tolda. Fu la sua salvezza. UGONE degli EMPURI, preso il comando della capitana, non volendo che il re cadesse prigioniero, fece remare vigorosamente e pose in salvo la nave. Sulle rimaste si sfogò il furore dei vincitori, che fecero strage di Siciliani, istigati dalle grida isteriche di RUGGERO di LAURIA (l’ex condottiero di tante battaglie vinte dai Siciliani!). Così, nel sangue e nell’orrore del macello, finita la battaglia del Capo d’Orlando, la flotta Siciliana, che si era onorevolmente battuta, era annientata e perdeva seimila uomini e diciotto galee.

Forse preso dal rimorso di essere andato contro il fratello e i Siciliani, – il che stento a credere – forse per la poca utilità che da quella guerra gli poteva venire, forse ancora per lo scarseggiare del denaro da parte del Pontefice, dopo la vittoria di Capo d’Orlando, che costò moltissime vite anche ai Catalani, Giacomo, traghettate in Sicilia dalla terraferma le milizie angioine con i figli di Carlo II, se ne tornò a Napoli per poi proseguire con la madre e la moglie in Spagna.Continuarono la guerra i principi ROBERTO e FILIPPO D’ANGIÒ. In tre settimane ripresero per tradimento di PIER SALVACOSSA, Ischia, Capri e Procida; con gli intrighi di RUGGERO di LAURIA non per forza d’armi, ottennero Castiglione, Roccella, Placa, Adornò; dopo due giorni d’assedio Paternò; per tradimento Vizzini.

Federico III

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI – Storia d’Italia – Nerbini
RINALDO PANETTA – I Saraceni in Italia, Ed. Mursia
GREGORIUVUS – Storia di Roma nel Medioevo – 1855
L.A. MURATORI – Annali d’Italia
MAALOUF, Le crociate viste dagli arabi, SEI, Torino 1989
J.LEHMANN, I Crociati,- Edizioni Garzanti, Milano 1996
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE – (i 33 vol.) Garzanti
UTET – CRONOLOGIA UNIVERSALE
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D’ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

CORRADO DORIA Di Genova. 

Ghibellino. Signore di Loano e di Francavilla di Sicilia,  giugno/luglio 1299

Alla testa di 39/40 galee intercetta al largo delle isole Eolie 46 galee aragonesi e 16 angioine comandate dal Loria. A bordo della sua flotta si trova anche il re di Sicilia Federico d’Aragona. Il combattimento avviene nei pressi di Capo d’Orlando. Il primo giorno trascorre senza alcun episodio significativo. Il secondo, è raggiunto da 8 galee di Mazara del Vallo. Decide quindi di attaccare le navi avversarie. Le sue galee si infilano nello schieramento nemico disposto in sua attesa in formazione a mezzaluna. Dopo tre ore di battaglia intervengono a favore del Loria 6 galee aragonesi, nascoste in precedenza alla vista degli assalitori. La vittoria spetta ai rivali: 16/18 galee siciliane sono catturate o affondate. Le restanti riescono a mettersi in salvo con il sovrano nel porto di Messina.

La battaglia

Quando il 3 luglio la flotta siciliana, composta da 40 galee, giunse al promontorio di Capo d’Orlando, trovarono le galee nemiche già ancorate lungo la spiaggia con le prue rivolte verso il mare (1.). Benché la flotta aragonese fosse numericamente superiore (56 galee), alla vista del nemico gli equipaggi siciliani si lanciarono disordinatamente all’assalto. Parecchie navi furono respinte dagli aragonesi e alcune si arenarono. I comandanti siciliani con fatica tuttavia riuscirono a riordinare lo schieramento ed a riportarsi al largo. All’alba del 4 luglio, la pressione dei marinai, sempre più impazienti di attaccare, spinse comunque Federico III alla decisione di assalire il nemico, senza aspettare l’arrivo delle 8 galee di rinforzo condotte da Matteo da Termini. Questo errore fu probabilmente decisivo sull’esito della battaglia.Per circa sei ore le forze siciliane tennero testa al nemico, poi cominciò a delinearsi la sconfitta. Gli Aragonesi catturarono 21 galee, mentre l’ammiraglia di Federico III si dava alla fuga, con altre 11 galee. Molti nobili siciliani rimasero uccisi come Federico e Perrone Rosso, Ansalone e Raimondo de Ansalone, Giacomo Scordia e Giacomo Capece, il Randazzese Corrado Lanza, Gran Cancelliere della Corona di Sicilia. Tra i prigionieri vi furono i vizzinesi Giovanni Callari, Tommaso Lalia e Giovanni Landolina che, liberati poi da Ruggiero di Lauria, gli consegneranno Vizzini.La battaglia, quindi, fu una totale disfatta per Federico III, e diversi nobili siciliani come i Maletta, i Callari e gli Scordia[5], di lì a poco decisero di riconoscere Carlo II come re di Sicilia. Ciò iniziò ad aprire quella spaccatura tra la nobiltà siciliana, che ebbe culmine in pieno Trecento nello scontro tra le fazione dei Latini, legati agli Angioini, e quella dei Catalani, sostenitrice della casa d’Aragona. La battaglia causò anche gravi perdite tra gli Aragonesi. Re Giacomo II, quindi, già impopolare presso i suoi sudditi per la guerra al fratello, pose fine alla sua partecipazione personale alla guerra, comunicando al papa che era richiamato da gravi questioni interne al suo regno.

    Note

  1. C. Mirto, Il regno dell’isola di Sicilia e delle isole adiacenti, Vol. 1, p.100
  2. C. Mirto, Il regno dell’isola di Sicilia e delle isole adiacenti, Vol. 1, p.102
  3.  F. Mugnos, I raguagli historici del Vespro Siciliano, p.190
  4.  Amari, La guerra del vespro siciliano, p.435
  5.  M. Ganci, V. D’Alessandro, R. Scaglione Guccione, Federico III d’Aragona, re di Sicilia (1296-1337): convegno di studi, Palermo 27-30 novembre 1996, Archivio storico siciliano Vol. 23, p.91
  6.  N.Speciale, Historia Sicula, p.406

     

     Bibliografia

  • C. Mirto, Il regno dell’isola di Sicilia e delle isole adiacenti, Volume 1, Editore Edas, 1996
  • A. Amari, La guerra del vespro siciliano, Le Monnier, 1851
  • V. Cordova, Delle famiglie nobili e delle città e terre che presero parte al vespro siciliano, Linee d’arte Giada, 1982
  • F. Mugnos, I raguagli historici del Vespro Siciliano, Palermo 1669

The name “Galea,” which only became widespread in the 12th century, from the Greek γαλέoς (galeos), meaning “shark,” because the shape assumed by the main exponent of this type of vessel at that time, the thin galea, recalled the shape of a shark: it was long and thin, with a protruding spur attached to the bow, which served to ram and engage opposing ships for boarding. Oar propulsion made it fast and maneuverable in all conditions; square or lateen sails allowed it to exploit the wind.
The long, narrow shape of galleys, ideal especially for battle, however, made them unstable, and storms and rough seas could easily sink them: therefore, their use was limited to the summer season, or autumn at most. It was forced to navigate coastally, meaning close to the coast, as its small hold required several stops for resupply, especially for water, which the rowers, due to their constant physical exertion, consumed heavily.

These were single-deck vessels, approximately 45 meters long and 5 meters wide. They had two rows of approximately 25 benches on the starboard side and 24 on the port side for Venetian galleys, and 26 on the starboard side and 25 on the port side for Poretina galleys. They had two oarsmen (three after the introduction of the reef and five in the 16th century) with two lateen-rigged masts, called the main and foremast. Sometimes a third mast, called the mezzanello, could be added aft. The sails were called mizzen, reef, and artimòn.
All life on board took place outdoors, on deck, with the exception of the command tent erected aft.

Survey Area

km2      

24

nm2  

7

Depth

from m

– 30

to m

-130

Average length

km    

12

nm  

6,5

Average width

km    

2

nm

1

Average distance between lines

m      

80

iarde

88

Distance to run

km    

300

nm  

162

Average speed

km/h  

7,5

kts      

4

Daily coverage

km      

45

nm    

24

MBES + SSS  Estimated time

days        

7

hours  

42

ROV survey

days

3

hours

12

seafront at the mouth of the “Zappulla” stream in the municipality of Capo d’Orlando